martedì 15 settembre 2009
L'ora del tramonto
Se a Raitre l'hanno fatto apposta, sono geniali.
domenica 30 agosto 2009
Non è la stessa cosa
"Finché i moralisti speculeranno su ciò che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro". Così scrive Vittorio Feltri, direttore de Il Giornale. Lo sa, Vittorio Feltri, che non tutte le lenzuola sono uguali, e che quelle degli uomini pubblici - Bill Clinton, i fratelli Kennedy, giù giù giù fino a Silvio Berlusconi - sono molto meno uguali delle altre?
Chiunque abbia studiato un minimo di diritto dell'informazione - e un giornalista, fosse anche il direttore de Il Giornale, l'ha fatto sicuramente, perché te lo chiedono all'esame di Stato - sa che la tutela del diritto alla riservatezza non può essere per un politico rigida e severa come lo è per una persona qualunque. Per un semplice motivo: un uomo politico ricopre un ruolo pubblico ed è chiamato a prendere decisioni vitali per l'intera comunità, che non possono essere inquinate da fatti poco chiari attinenti la sua vita privata. Se tra gli amici di un uomo politico figurano loschi individui avvezzi a traffici poco chiari - corruzione, riciclaggio, mafia, camorra, etc (aggiungere a piacimento, nda) - io lo devo sapere, e non posso essere zittita col refrain "rispetta la privacy del presidente del Consiglio". Se un uomo politico che ricopre un'importante carica istituzionale sta male, ebbene questo non è un dato sensibile da coprire col segreto, è un'informazione che i cittadini devono avere, perché hanno diritto di sapere se il candidato che hanno scelto e che li governa può occuparsi degli affari della comunità. E ancora: se un uomo politico fa pubblicamente pappa e ciccia con la Chiesa, va al Family day e sbertuccia gli omosessuali poi, in realtà, è un uomo separato che va con centinaia di donne e le aiuta nella carriera sperperando risorse pubbliche (succede quando le manda a lavorare in Rai o quando - ancor peggio - le mette in lista per i consigli comunali, provinciali e regionali, la Camera, l'Europarlamento) - io lo devo sapere. Io devo sapere in quali condizioni lavora il mio presidente del Consiglio, come amministra la cosa pubblica e che fine fa fare ai soldi che io pago versando le mie belle tasse.
Quindi, non mi interessa se il direttore del giornale dei vescovi preferisce gli uomini alle donne - mi è chiara, è ovvio, l'ipocrisia, ma non mi interessa adesso - e non mi importa se il direttore di Repubblica compra case in nero. Quello che mi preme è che il mio presidente del Consiglio - perché sì, perdio, è anche mio - risponda alle 10, 20, 100 domande dei giornalisti. Io mi merito un capo di governo che rispetti il popolo sovrano (vedi Costituzione della Repubblica, articolo 1) rispettando innanzitutto la stampa.
Post scriptum. Se il signor B. non si fosse rivolto al Tribunale contro le 10 domande di Repubblica - colpevoli, secondo lui, di diffamarlo - forse il tentativo del suo scagnozzo di spostare l'attenzione su altro al grido di "chi è senza peccato scagli la prima pietra" sarebbe riuscito. Ma puntando il dito contro le 10 domande è riuscito a ricordare a tutti che in oltre quattro mesi di articoli, inchieste e rivelazioni non ha dato risposta ad alcuno dei pochi, semplici, legittimi interrogativi che gli sono stati posti. Insomma, è tornato protagonista. Proprio non ce la fa, a non stare sotto i riflettori.
martedì 19 maggio 2009
L'orologio della giustizia
Premessa: i giudici hanno riconosciuto il distinto avvocato inglese David Mills colpevole di falsa testimonianza. Il britannico galantuomo avrebbe detto il falso per salvare Fininvest. Reazione a caldo del Cavaliere: “riferirò in Parlamento, dirò cosa penso. Non mi faccio processare da queste toghe”.
Voce alla difesa. In apertura di tiggì è comparso il mefistofelico onorevole avvocato Niccolò Ghedini, legale del buon Silvio e per questo da lui portato sugli scranni della Camera, da dove anche stasera s’è collegato per una riflessione sulla sentenza.
Poi è toccato alla maggioranza. Che, per l’occasione, ha rispolverato il vecchio caro tormentone della “giustizia a orologeria”. Il piccolo Daniele Capezzone l’ha recitato tutto a memoria, emozionato come un bimbo in piedi sulla sedia la sera di Natale. Citando l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, verrebbe da dire: ci dicano i gentili signori della maggioranza quando si può parlare di – e praticare la – giustizia. Ci sono dei tempi migliori di altri? Esiste un calendario che possiamo tenere a mente?
Comunque, gli appassionatissimi del Papi possono stare tranquilli: grazie al lodo Alfano – che sospende i processi a carico delle quattro più alte figure istituzionali dello Stato (presidente della Repubblica, presidente del Consiglio e presidenti di Camera e Senato) per tutta la durata del loro mandato, l’idolo delle diciottenni risulta al momento intoccabile.
Altra mossa da prestigiatori del tiggì: dopo averci mostrato i legali del capo del governo commentare la sentenza dei giudici e gli uomini della maggioranza demolirla, il notiziario ha spostato la scena a L’Aquila. Dove ha dato al primo ministro il modo di gettare tutto il fango che vuole (di nuovo) sui giudici e di ergersi a statista e condottiero parlando di G8 e di ricostruzione in Abruzzo.
Temo di essere costretta a dar ragione all’ex direttore Enrico Mentana: Mediaset è oramai uno spudorato comitato elettorale. E spudorato lo aggiungo io.
giovedì 7 maggio 2009
Se telefonando
In altre parole, o le due leggi passano l’esame del Parlamento con la maggioranza dei voti oppure cade il governo. La fiducia è solitamente un modo per blindare una legge, cioè per portarla a sicura approvazione proteggendola dai colpi dei cosiddetti “franchi tiratori” (quei parlamentari che pur essendo dalla parte politica di chi propone una legge votano contro). Con la fiducia, la Lega protegge la legge sulla sicurezza dai voti contrari degli alleati del Pdl (An in particolare) e il Pdl protegge la misura anti-intercettazioni.
Parliamone. Ecco cosa prevede il ddl intercettazioni: le intercettazioni saranno consentite soltanto per i reati che prevedono una pena superiore ai cinque anni, esclusi mafia e terrorismo (e come si fa a capire se è il caso o no di consentirle, visto che assai spesso è proprio tramite intercettazione che si aprono le indagini, si raccolgono elementi di prova e si comprende quanto grave è un reato e quanto dunque deve essere punito?); potranno avere una durata massima di 45 giorni, prorogabile per altri 15; i magistrati potranno concederle solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza (vai a capire quali); vietata la pubblicazione dei testi (forse al massimo una sintesi quando non saranno più coperti dal segreto); in caso di pubblicazione, il giornalista va incontro al carcere (pena minima sei mesi).
Ci hanno ripetuto fino allo sfinimento che le intercettazioni telefoniche sono tra i più grandi timori degli italiani. “Ai miei comizi”, ci ha detto tante volte il primo ministro Silvio Berlusconi, “quando chiedo chi ha paura di essere intercettato, tutti alzano la mano”. Strano. Mai conosciuto alcuno che confessasse una tale preoccupazione. Poi sfoglio il libro che sto leggendo, “Se li conosci li eviti” di Peter Gomez e Marco Travaglio, e un altro libro degli stessi autori, “Onorevoli wanted”, e in un colpo d’occhio mi è chiaro chi davvero teme di essere intercettato. Teme di essere intercettato chi ha qualcosa – spesso parecchie cose – da nascondere. Temono di essere intercettati molti di quelli che oggi siedono sugli scranni di Camera e Senato. Per intenderci, gli stessi che lunedì 18 maggio saranno chiamati a votare la fiducia sul provvedimento anti-intercettazioni. Istinto di autoconservazione, come si dice.
martedì 5 maggio 2009
Cuore e batticuore
Lo abbiamo rivisto in edizione restaurata la sera del 5 maggio in apertura dei principali tiggì. Giusto il tempo di far preparare al team del capo del governo e di Mediaset Silvio Berlusconi un adeguato piano di contrattacco, ed ecco che finalmente i maggiori notiziari nazionali si sono decisi ad aprire l’edizione della sera con la storia che da quasi due settimane imperversa su giornali, siti web e televisioni di tutto il mondo: l’annunciato e, pare, imminente divorzio tra il nostro primo ministro e sua moglie, Veronica Lario. Istruttivo.
Quasi quanto “Porta a porta”, che per dare spazio al presidente del Consiglio e alla sua linea difensiva è arrivato a tirare in ballo, nell'ordine: il primo anno di vita del nuovo governo Berlusconi; un mese esatto dal terremoto in Abruzzo; il decreto sulla ricostruzione nel dopo terremoto in Abruzzo; le promesse di Berlusconi sulla consegna di nuove case agli abruzzesi. Pregiatissimo.
Per finire. Si prevedono vendite record per “Chi”, da mercoledì in edicola. Con tutti i retroscena della festa di compleanno della neodiciottenne Noemi. Come negarlo: golosissimo.
giovedì 30 aprile 2009
C'era una volta un re
Riassunto delle puntate precedenti. Silvio, potente signore della penisola italica, si reca a Napoli nella sera di domenica 26 aprile in vista di un impegno in città il giorno successivo. Prima di coricarsi, il noto tiratardi – quasi 73 anni all’anagrafe, 35 nel corpo e nell’anima – fa tappa a una festa per un diciottesimo compleanno. La profana celebrazione è in un luogo non proprio vicino al centro. Ma tant’è. Lui va e suscita in sala sorpresa, stupore, giubilo. La festeggiata non riesce a credere che “papi” – così lo chiama – sia davvero là. Ma lui c’è. E presto è su tutti i giornali e siti web. Per questo – e per le ventilate candidature di procaci starlette di cui abbiamo già parlato – la “prima signora” Veronica Lario si risente moltissimo. E affida all’agenzia Ansa parole cariche di indignazione. “Al diciottesimo dei nostri figli non è mai venuto, pur essendo stato invitato”, rivela.
Tra scambi di battute e dichiarazioni alla stampa, l’intera vicenda non si è ancora conclusa. Ci offre però lo spunto per riflettere su quanto un solo uomo non soltanto abbia impregnato della propria essenza un intero Paese – le sue faccende private sono le faccende di tutti, complici il suo carisma e soprattutto la molteplicità dei ruoli di primissimo piano che ricopre – ma abbia cancellato ogni confine tra sfera pubblica e sfera privata. Perché, come nell’età dei re e degli imperatori, la sua sfera privata è oramai la nostra sfera pubblica. Le sue relazioni, le sue amicizie, i favori che ha ricevuto e quelli che ha concesso danno forma, sostanza e indirizzo all’agenda e alle istituzioni politiche.
Tutto questo già si sa. E l’“affaire Noemi” fa tristezza non per quel che è, ma per quel che ci ricorda. E che non ci indigna mai abbastanza.
martedì 28 aprile 2009
La quadratura del Centro
Sono forse l’unica ad aver notato quanto stanno continuando a pizzicarsi Forza Italia e Alleanza nazionale dopo le nozze, celebrate a Roma con rito civile lo scorso 27 e 28 marzo? Prendiamo l’ultimo caso, quello delle vallette scelte e addestrate all’ultimo momento per il seggio del Parlamento europeo. Una corsa a cui pare parteciperà l’ex annunciatrice Rai Barbara Matera. Per farla breve. Il 6 e 7 giugno voteremo per il rinnovo del Parlamento europeo. Partiti e coalizioni lavorano alle liste dei candidati. Servono volti giovani e piacenti, avranno pensato dalle parti di Fi. Ed ecco dunque spuntare dal cilindro del colosso televisivo Raiset – nato dall’unione di fatto tra Rai e Mediaset – una manciata di aspiranti eurodeputate. Le fanciulle hanno partecipato a un corso intensivo tenuto a Roma da docenti del calibro di Franco Frattini, attuale ministro degli Esteri, e Renato Brunetta, responsabile del dicastero della Pubblica amministrazione. Non tutte hanno superato la prova. Ma almeno un volto giovane, femminile e bellissimo per la competizione elettorale sembra ora assicurato. L’intera faccenda non è piaciuta molto a quelli di An. “Le donne devono avere la possibilità di accedere alla politica, e nei posti di rilievo, purché siano competenti e preparate”, si legge su Ffwemagazine, giornale online della Fondazione Farefuturo, legata ad Alleanza nazionale. “I pensatori di Fini mettono il burqa alle donne in politica”, ha subito rinfacciato “Il Giornale” (di casa Berlusconi). Lo stesso Gianfranco Fini, presidente della Camera dei deputati e leader di An, è intervenuto nel dibattito con una nota, nel tentativo di sforzarlo. “Valutazioni comprensibili ma eccessive” quelle di Farefuturo, quindi “non totalmente condivisibili”. Al di là dell’ennesima polemica interna, che evidenzia le insofferenze di An e segue le ben più rilevanti tensioni tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (principale ispiratore e leader di Forza Italia) e Fini sul ruolo istituzionale del capo dello Stato, c’è da chiedersi quanto terrà il matrimonio di convenienza tra due forze politiche tanto diverse per storia e natura, oltre che per usi e costumi (quelli di An indubbiamente più morigerati). E quanto impiegherà Berlusconi a mettere da parte Fini per spostarsi dove gli sarebbe più congeniale. Verso il Centro. Di Pier Ferdinando Casini, magari.